Ogni giorno milioni di persone aprono Instagram, TikTok, Facebook, X o YouTube, quasi automaticamente. Eppure oggi sappiamo che i social network non sono strumenti neutrali: possono creare dipendenza, amplificare l'aggressività, rinchiuderci in camere dell'eco, influenzare la nostra percezione della realtà e, soprattutto nei più giovani, produrre conseguenze che stiamo ancora cercando di comprendere.

È un tema abbastanza sensibile da spingere diversi governi a intervenire sull'uso da parte dei minori. L'Australia ha vietato i social a chi ha meno di sedici anni, e altri paesi europei (Francia, Italia e UK in primis) starebbero valutando misure simili.

Come abbiamo adottato i social

Quando Facebook, YouTube, Twitter e Instagram sono entrati nelle nostre vite, nessuno ci ha davvero insegnato a usarli. Non c'è stato un momento in cui la società si è fermata a dire: questa tecnologia cambierà il modo in cui comunichiamo, ci informiamo, costruiamo relazioni e identità, quindi proviamo a capire come maneggiarla. Semplicemente, abbiamo iniziato a usarla. Prima centinaia di migliaia di persone, poi milioni, poi miliardi.

Mentre imparavamo a vivere dentro questo nuovo ambiente, le piattaforme imparavano qualcosa di molto importante su di noi: come mantenere la nostra attenzione. Il loro modello economico dipendeva in larga parte da questo. Più tempo trascorrevamo sulle piattaforme, più contenuti vedevamo, più pubblicità poteva essere mostrata, più dati producevamo. Gli algoritmi sono diventati sempre più bravi a capire cosa ci faceva rimanere: non necessariamente ciò che era vero o ciò che ci faceva bene, ma ciò che funzionava. Una notizia che indignava, un video che confermava quello che già pensavamo, una discussione che faceva arrabbiare.

Abbiamo iniziato a parlare seriamente di dipendenza, polarizzazione, disinformazione e salute mentale quando i social erano ormai parte dell'infrastruttura della società. A quel punto intervenire era già molto più difficile: miliardi di persone li utilizzavano, intere industrie ne dipendevano, la politica si svolgeva anche lì, e aziende enormi avevano costruito modelli economici intorno alla nostra attenzione. Prima abbiamo adottato la tecnologia, poi abbiamo cercato di comprenderne le conseguenze.

Lo stesso errore con l'AI

Questa storia dovrebbe interessarci molto oggi, perché sta arrivando una tecnologia probabilmente ancora più pervasiva: l'intelligenza artificiale. E il rischio è di fare esattamente lo stesso errore. Milioni di persone la usano già quotidianamente, a scuola, in azienda, in medicina, nell'informazione, nella creatività, persino nelle relazioni personali. E ancora una volta l'educazione, la regolamentazione e la comprensione arrivano dopo.

C'è però una differenza importante. I social hanno modificato soprattutto il modo in cui riceviamo e condividiamo informazioni. L'intelligenza artificiale potrebbe modificare qualcosa di più profondo: il modo in cui pensiamo, decidiamo e produciamo. Con i social il rischio per uno studente era trascorrere ore a scorrere contenuti; con l'AI può delegare la scrittura di un testo, la soluzione di un problema, una ricerca, una traduzione, persino una parte del ragionamento necessario per arrivare alla risposta.

Sul lavoro, l'AI può già scrivere una mail, analizzare un documento, preparare una presentazione, programmare, sintetizzare una riunione, proporre una strategia; e presto gli agenti AI potranno eseguire sequenze intere di attività.

Regolamentazione non basta: serve cultura

Questo non significa che dobbiamo fermare l'intelligenza artificiale: sarebbe probabilmente impossibile e, in ogni caso, sbagliato. L'AI può diventare uno degli strumenti più potenti mai costruiti. Il punto è un altro: possiamo permetterci di imparare a usarla nello stesso modo in cui abbiamo imparato a usare i social, cioè dopo?

Con i social abbiamo dato uno smartphone a un adolescente e solo anni dopo ci siamo chiesti che effetto avesse trascorrere quattro o cinque ore al giorno dentro piattaforme progettate per catturarne l'attenzione. Con l'AI rischiamo di mettere nelle mani dello stesso adolescente uno strumento capace di svolgere parte del suo lavoro cognitivo, e di chiederci tra dieci anni che effetto abbia avuto sulla sua capacità di ragionare autonomamente.

Il problema non è soltanto regolamentare la tecnologia: bisogna imparare a usarla. Regolamentazione ed educazione sono due cose diverse. Possiamo stabilire quali sistemi di AI possano essere utilizzati in determinati settori, imporre obblighi alle aziende, proteggere i dati personali, definire responsabilità e divieti: ed è necessario farlo. Ma nessuna legge può decidere al posto nostro quando sia utile chiedere qualcosa all'intelligenza artificiale e quando invece convenga fare lo sforzo di pensarci da soli.

Serve qualcosa che con i social abbiamo costruito troppo tardi: una cultura dell'utilizzo. L'alfabetizzazione all'intelligenza artificiale non dovrebbe essere una competenza riservata agli informatici, ma diventare una competenza di base, come leggere una fonte o distinguere un'informazione da una pubblicità.

La dimensione politica

Qui entra inevitabilmente anche la politica, perché la responsabilità non può ricadere solo sull'individuo. Il caso australiano è indicativo: il governo non si è limitato a vietare l'accesso, ma ha dovuto affrontare la domanda più difficile: chi controlla l'applicazione del divieto, con quali strumenti, e cosa succede quando le piattaforme non collaborano pienamente. Sono le stesse domande che dovremo porci per l'AI a scuola, in sanità, nel lavoro: chi decide come insegnare a usarla, dove deve restare il controllo umano, come si gestisce la transizione delle competenze.

Il precedente dei social dovrebbe averci insegnato qualcosa anche su questo fronte. All'inizio pensavamo che fossero semplicemente piattaforme di comunicazione. Con l'AI il rischio è simile, ma potenzialmente più profondo: un chatbot non si limita a scegliere quale contenuto mostrarci, ci risponde, ci consiglia, riassume il mondo per noi, può aiutarci a prendere una decisione. E la sua risposta può apparire ragionevole, equilibrata e autorevole anche quando è sbagliata.

Questa volta, forse, abbiamo un vantaggio che con i social non avevamo: un precedente. Sono i social stessi. Abbiamo già visto cosa succede quando una tecnologia estremamente potente entra nella società più rapidamente della nostra capacità di comprenderla.


L'intelligenza artificiale ci offre la possibilità di non ripetere lo stesso percorso. Ma quella finestra potrebbe essere molto più breve di quanto immaginiamo. Non chiederci che rapporto vogliamo costruire con questa tecnologia, prima che sia la tecnologia stessa a costruirlo per noi, sarebbe un secondo errore. Con i social abbiamo iniziato a porci questa domanda quando era già troppo tardi. Con l'intelligenza artificiale siamo ancora in tempo. Ma non necessariamente lo saremo per molto.